6. Il sogno di Utzon
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

1 marzo 1966. Titola il Sydney Morning Herald: "Utzon Quits Opera House". Utzon lascia il cantiere dell’Opera House. Non rimetterà più piede in Australia e l’Opera sarà terminata tradendo le idee che stava elaborando. Il giorno dell’inaugurazione, il 20 ottobre 1973, il suo nome non verrà neanche pronunciato.

Bandito e sconfitto dagli eventi, Utzon non lo è stato dalla storia e ora abbiano nuovi elementi per capirne la grandezza. Françoise Fromonot ha compiuto un lavoro serio, documentato, originale e approfondito. Scrive con precisione e senza retorica. Lascia al lettore il giudizio sui fatti. Inoltre enuclea più di un nodo significativo.
 
 

Jørn Utzon, architetto della Sydney Opera House, è centrato sulla vicenda della celeberrima sala che viene analizzata in ogni aspetto: la preparazione del concorso, la scelta dell’area, il ruolo della giuria e di Eero Saarinen, le evoluzioni delle strutture in cemento armato negli anni Cinquanta (Candela, Nervi, Saarinen, Yamasaki), le fasi costruttive con la grande piattaforma-basamento (il cantiere somigliò a lungo alle rovine di una città greca), la realizzazione delle coperture e poi i progetti (non realizzati) che riguardavano il sistema delle vetrate (ipotizzate come le ali di un uccello che si aprono a ventaglio), l’organizzazione interna delle sale con un palcoscenico meccanizzato, e infine il sistema di controllo del suono con grandi travi in legno sagomato. Allo stesso tempo la Fromonot analizza la formazione di Utzon in Danimarca, i progetti precedenti e successivi, la passione per la costruzione modulare ispirata all’antico manuale cinese Ying zao fa shi. Fromonot dà la parola in conclusione a Giedion e a Frampton, ma io credo che il contributo storico di Utzon vada ancora oltre quanto questi autori hanno a suo tempo individuato.

La grandezza di Utzon è nell’avere contemporaneamente due chiavi per affrontare le sfide della contemporaneità. La prima, ed è la più appariscente, ha a che vedere con il ritorno, per la prima volta in piena legittimità dentro il moderno, della ricerca spirituale, simbolica, rappresentativa e, per questa via monumentale, della architettura. "Una cattedrale mondana della civiltà" scrisse Carl Hammerschmidt nel ‘57 individuando il centro ispiratore dell’Opera. Su un basamento Utzon erge tre composizioni di gusci che risultano svincolate dalla funzione interna. Attraverso questa rottura tra forma e funzione riesce a liberare l’immagine.

Ma Utzon è contemporaneamente un architetto interessato all’uomo nelle sue diverse manifestazioni sociali, mai alla imposizione della propria firma. Sa che opere diverse per scala e programma debbono avere risposte diverse. Per cui quando fa un gruppo di case è la celebrazione dell’individuo e delle sue diverse aggregazioni che esalta con una architettura spontanea e popolare, quando fa una chiesa in campagna la tratta come un silos cubico per rivelare solo all’interno un magico spazio fluido.
 
 

Fromonot rivela un aspetto che è centrale per capire Utzon e il suo sforzo. La chiave minore e addizionale e quella protesa verso il simbolo non sono due frecce che vanno in direzioni opposte ma sono integrate. E il nesso è proprio il momento costruttivo che Utzon intende basato sulla modularità e sulla produzione industriale prefabbricata.

Scriverà Ove Arup, il famoso l’ingegnere inglese coinvolto nell’Opera: "Durante una discussione, Utzon ha lanciato l’idea che i gusci potrebbero avere la stessa curvatura in tutte le direzioni... Ciò significherebbe che tutti i loro segmenti sarebbero identici". L’idea deriva dalla geometria della sfera, dalla quale vengono estratti differenti porzioni triangolari che diventano prefabbricabili.
 
 

"Abbandonando l’utopia dei gusci in favore delle fattibilità delle volte — scrive Fromonot — egli rinuncia a creare dal nulla forme apparentemente libere in favore del montaggio di elementi geometrici prefabbricati: abbandona l’exploit tecnologico puro che la sua proposta originaria implicava a favore del rigore e dell’economia di un sistema: all’ampiezza romantica del gesto iniziale succede una logica di moduli e d’assemblaggio, una stereometria di cemento."

Utzon elabora le sue soluzioni scegliendo un imprenditore con cui ricercare insieme la soluzione migliore: progettazione strutturale e costruzione sono un fatto coesivo ed è quindi impossibile mettere in gara d’appalto la costruzione. Le proteste degli industriali in nome della libera concorrenza, insieme al cambiamento del quadro politico, sono tra le cause principali del suo allontanamento dal cantiere. L’idea di realizzare industrialmente non la ripetizione seriale di Mies ma i propri sogni entra in crisi nella realtà politica ed economica degli anni Sessanta ma trenta anni dopo, Gehry realizza con successo il Museo Guggenheim di Bilbao. Mentre Utzon doveva cercare una razionalità geometrica delle forme per poterle disegnare prima e realizzare industrialmente poi, grazie all’avvento del computer qualunque forma può essere rappresentata e le diverse imprese in gara proporranno ciascuna il proprio sistema per realizzarla. Vicini al duemila non solo l’immagine risulta svincolata dalla funzione, ma anche la costruzione è diventata autonoma.

Il libro è anche una bellissima storia, illustrato con foto d’epoca belle e inedite. All’inizio dispiace un poco non vedere neanche una foto degli interni. Poi, però, capiamo. Troppo grande il dolore per chi ha vissuto, con l’autrice e con l’architetto, questa avventura per vedere la pochezza cui il mondo costringe i sogni di un genio.

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Pubblicato originariamente su

Domus
Editoriale Domus, Milano. Direttore V.M.Lampugnani/F.Burchardt.
Sez. Libri: Gianmario Andreani

Antonino Saggio
JØRN UTZON, ARCHITETTO DELLA SYDNEY OPERA HOUSE
 Recensione- Domus, n. 808, Ottobre 1998 (p. 114 ).
 

Il libro cui si fa riferimento nell'articolo è

Françoise Fromonot,
Jørn Utzon, architetto della Sydney Opera House,Electa, Milano 1998 pp. 234
 

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