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TRIVELLAZIONI
Lezioni monografiche di Architettura contemporanea - Peter Eisenman, Daniel Libeskind, Frank O. Gehry, Constant.

27/28 Marzo 2003 Firenze
Le lezioni monografiche, alternate a dibattiti aperti al pubblico, si pongono l’obiettivo di scuotere e sensibilizzare l’atmosfera universitaria fiorentina, mediante il confronto e l’approfondimento di quattro indiscussi protagonisti del panorama architettonico mondiale.
Le lezioni saranno svolte dagli autori delle rispettive monografie sulla collana tascabile “Universale di Architettura” fondata da Bruno Zevi e in particolar modo riguardanti la sezione “Gli Architetti” a cura del professor Antonino Saggio. Interverranno: Luca Galofaro su Peter Eisenmann, Attilio Terragni su Daniel Libeskind, Antonino Saggio su Frank O. Gehry, Francesco Careri su Constant.
A cura di Giovanni Barolozzi.  bartolgi@hotmail.com




Testo Introduttivo di Giovanni Bartolozzi
 
 

Buon pomeriggio a tutti. Porto subito il saluto di A.D.L. club, associazione studentesca che ha reso possibile l'organizzazione di questo ciclo di lezioni monografiche collegato alla collana tascabile Universale di Architettura. Tale collana, infatti, costituirà per queste lezioni uno strumento, una guida atta concentrare le lezioni nel più breve tempo possibile, cercando di fornire una visione globale dell'architetto in questione. Proprio grazie a questo supporto abbiamo pensato di concentrare quattro lezioni in due giorni consecutivi e cioè oggi pomeriggio e domani mattina  nell'aula magna di S.Niccolò.
Cerchiamo adesso di comprendere le motivazioni, i supporti culturali e sociali di quest'iniziativa:

Subito dopo l'attentato alle Torri Gemelle Antonino Saggio, nella prefazione al volume dedicato a Libeskind, scriveva:

"Libeskind è un architetto che ci aiuta a misurarci con le irragionevolezze del mondo e della storia. L'architettura, arte costruttiva, solida, razionale e certa per definizione, ha incontrato raramente nella storia questa deriva tormentata difficile e crudele. Pensiamo ai cunicoli scavati nelle masse tufacee delle catacombe per proteggersi dal martirio, pensiamo agli anfratti romanici, dalle cui grosse mura sembra quasi impossibile che possa trapelare il bagliore di un risveglio, pensiamo alla rabbia autobiografica di alcune strutture di Michelangelo, ai macerati spazi di Borromini o alle sovrapposizioni infinite di Giambattista Piranesi. Nel secolo appena concluso forse il momento più alto di questo sentire l'architettura attraverso le irragionevolezze del mondo sono gli schizzi di Mendelson tracciati in trincea mentre le bombe disegnavano le loro traiettorie e i gas si spandevano nell'aria. Ma a parte queste pochissime eccezioni, l'architettura è quasi sempre affermativa, positiva: è vessillo di sicurezze invece che di incertezze, di speranze invece che di paure. Libeskind no."


Queste parole sono state scritte più di un anno fa, ma oggi più che mai si caricano di significato, per due ragioni. Due ragioni che hanno violentemente scosso l'attenzione del mondo proprio durante l'organizzazione di questo ciclo di lezioni monografiche.

La prima, strettamente architettonica ma in ogni modo legata ad una delle più atroci tragedie umane, è costituita dalla vittoria di Daniel Libeskind per la ricostruzione delle W.T.C di New York e la seconda, strettamente politica e sociale, è costituita dallo scoppio della guerra in Iraq. Una notizia, quest'ultima, assurda sotto ogni punto di vista, preoccupante, e che da architetti, ma soprattutto da esseri umani, merita di essere ricordata in quest'occasione, poiché la stessa architettura non può essere concepita come astrazione dal reale. Proprio il contrario, l'architettura riflette, come c'insegnano gli architetti di cui parleremo in questi due incontri, l'anima, lo spirito, la condizione e dunque anche i conflitti e le tragedie della nostra società.
In questo quadro, vorrei spiegare le motivazioni dell'iniziativa e del suo titolo: Trivellazioni, lezioni monografiche di architettura contemporanea. Trivellare implica in qualche modo lo scavare con violenza, quasi scassando, sfasciando, dilaniando. Possiamo traslare questo termine in architettura interpretandolo come scavo culturale, approfondimento, come un'occasione per far vibrare l'atmosfera soporifera della facoltà che frequentiamo. Un'occasione di ampio respiro che possa coinvolgere i temi più attuali della progettazione contemporanea a livello mondiale, temi di cui spesso non si parla o si parla poco, poiché qualcuno vede in essa e nei suoi interpreti un esempio sbagliato o addirittura troppo violento.
Questo vuol dire non aver compreso la sensibilità raggiunta, dopo lunghi e diversi itinerari formativi, dagli attuali interpreti dell'architettura mondiale. Trivellazioni si pone allora la finalità di scavare a fondo, le ragioni, i percorsi evolutivi e linguistici di questi quattro personaggi: Peter Eisenman, Daniel Libeskind, Frank Gehry e Constant.
In realtà, data genericità della premessa qualcuno potrebbe giustamente obiettare: come mai parlando di architettura contemporanea, si fa riferimento solamente a questi quattro architetti? Bene, come capirete, la ragione è puramente organizzativa, ma va da se che la premessa riguarda anche tanti altri architetti. Come non pensare, per esempio alla sensibilità tecnologica di Toyo Ito, all'isdraeliano Zvi Hecker, agli Herzog e De Meuron, i Coop Himmenblau, Lucien Kroll, Bernard Tschumi, Richard Meier, solo per citarne alcuni, e tanti altri studi anche di fama minore, ma pur sempre impegnati nel concepire un'architettura pronta a registrare il progresso e l'avanzamento sociale.
Questi architetti, però, a scadenza mensile, sono oggetto d'ampie pubblicazioni su tutte le riviste di architettura. Questo, se da un lato ne accresce la fama e il successo a livelli esponenziali, dall'altro genera anche dei fraintendimenti ed equivoci. Le riviste, infatti, non riescono mai a fornire una visione globale dell'evoluzione linguistica complessa, parabolica, tortuosa e spesso tormentata di un architetto. Occorre allora un approfondimento mirato e puntuale. Occorre trivellare.

Pensate per un istante a Daniel Libeskind. Egli da ragazzo studia musica, poi è allievo di Eisenman, poi si specializza in storia e filosofia, formandosi su Camus e la poetica dell'assurdo, poi si dedica ad attività di ricerca mediante libri, conferenze, esposizioni, poi negli anni novanta approda a Berlino realizzando un edificio che incarna il dolore e l'incubo dello sterminio nazista, e cioè, senza compromessi, riesce a rendere il passato ancora presente. Poi, di recente, vince il concorso più importante del mondo.
Con questo voglio significare che le riviste possono essere utili a livello informativo, ma difficilmente possono dare l'idea della crescita culturale di un architetto come Libeskind o Gehry, della loro formazione poliedrica, polidirezionata, ibrida. Questa mancanza, inequivocabilmente, comporta degli errori di lettura, che consistono spesso nel ridurre al solo piano formale i risultati ottenuti, tralasciando di far comprendere come ognuno di questi progetti rappresenta il frutto di decenni di sforzi, di sperimentazioni, di crisi e spesso di sofferenza e dolore.
Ho citato Libeskind soltanto perché mi sembra attualmente il più vicino alle tragedie che in questi giorni viviamo ma gli altri architetti di cui parleremo, anche se con formazioni diverse, culture diverse, apporti e risultati diversi hanno elaborato un linguaggio individuale e possiedono la stessa capacità di percezione e lettura sociale. Insomma, come diceva Bruno Zevi, questi architetti "sono sulla breccia infuocata, stanno sulle barricate, lottano giorno e notte contro l'inerzia dell'architettura, in qualsiasi condizione strappano un pretesto per conquistare un millimetro di libertà."
Questo vuol dire che le forme libere, quasi volanti, plasmate come fogli di carta al vento, di Gehry oppure quelle taglienti, per certe versi brutali e spigolose di Libeskind, quelle terrose e travolgenti di Eisenman e quelle spaziali di Constant, non sono soltanto frutto di scelte formali o di gusto. Tutt'altro. Derivano da tensioni interne, da forti stati d'animo, dalla sensibilità sviluppata dopo lunghi anni nel percepire i cambiamenti della nostra società. Una società che soprattutto dopo l'undici settembre è in costante e preoccupante tensione. Spero che un simile approfondimento possa aiutare tutti ad essere meno superficiali nella lettura di un'architettura contemporanea, architettura che oggi più che mai si fa veicolo di messaggi complessi, di stratificazioni, di metafore, di metodi antiteorici, in perfetta sintonia con la complessità dei tempi che attualmente viviamo.
Ecco allora perché occorre trivellare, trivellare per capire a fondo, per afferrare l'irruenza, il fascino e il significato dell'architettura contemporanea, per non banalizzarla e sminuirla. Per far questo bisogna allora comprendere che la fase degli "ismi" è superata e che gli architetti di cui parleremo in questi due giorni, rifiutano le consuete etichette.
Questo, in definitiva, dovrebbe essere l'atteggiamento, l'angolazione con cui ascoltare queste quattro lezioni monografiche.

Quanto alla collana "Universale di Architettura" fondata da Bruno Zevi, il più grande e lungimirante storico dell'architettura italiano, che abbiamo ricordato il 26 Ottobre scorso in questa stessa aula, sono lieto che essa si offra come idoneo e qualificato strumento per attivare queste trivellazioni monografiche. Il lavoro portato avanti da Antonino Saggio e dagli altri responsabili della collana ormai arrivata al 130 numero è ammirevole e sbalorditivo. Siamo dunque lieti di ospitare e ascoltare gli autori dei rispettivi saggi sulla stessa collana, certi del loro contributo e delle loro conoscenze, derivanti spesso anche da periodi di collaborazione con questi grandi studi professionali.
Ma dopo quest'ampia panoramica, per ovvi motivi generica, passiamo a Firenze, città in cui noi tutti studiamo e soprattutto alla nostra facoltà di architettura. Firenze, infatti, sembra risvegliarsi dopo decenni di letargo architettonico. Grandi concorsi, grandi mostre, conferenze ed esposizioni di Richard Rogers, Jean Nouvel, Richard Meier, a Palazzo Vecchio. Questo fa a tutti tanto piacere, ma non basta per la nostra facoltà di architettura. Essa ha, infatti, bisogno di continui confronti extra-universitari, che purtroppo avvengono con scarsa frequenza e che quando avvengono, per mancanza di spazi adeguati, riguardano solo il numero di studenti che riescono ad entrare nel Salone dei Cinquecento. Mentre centinaia di studenti restano davanti il portone a litigare coi vigili.

Da queste rare occasioni, che solitamente avvengono a scadenze annuali, come le prolusioni degli anni accademici, si comprende che gli studenti hanno sete di cultura, partecipano in massa alle conferenze, alle mostre, alle lezioni.
Allora mi chiedo: perché non cercare di incentivare queste iniziative? Perché non uscire dal baratro della sola lezione e revisione? Perché non innestare nel sistema universitario una trama, una rete di iniziative culturali trasversali, che possano servire da supporto, da confronto interdisciplinare all'attività strettamente didattica? Naturalmente queste sono proposte che dovrebbero tener conto anche dei pesanti orari delle lezioni e di una serie di altre questioni che in questo contesto non è possibile analizzare.
Siamo tuttavia ottimisti e convinti che tali risultati si potranno ottenere con maggiore impegno e collaborazione da parte degli studenti e dei docenti. Nei limiti del possibile, le iniziative studentesche cercano, con fatica e impegno, di moltiplicarsi. Si pensi ai Dialoghi D'Autore, al concorso, alla rivista universitaria Arnolfo. Si pensi anche all'attività che Marco Brizzi ha intrapreso con il SESV, promovendo esposizioni e mostre di giovani architetti e con il festival di architettura in video, iniziativa quest'ultima, che cresce di anno in anno. Allora le iniziative non sono del tutto assenti ma necessitano di un ulteriore sforzo e coinvolgimento. Solo in questo modo l'università, che fortunatamente non è solo costituita da lezioni ed esami, potrà assolvere il suo ruolo formativo.

Per l'organizzazione di quest'iniziativa mi preme ringraziare anzitutto gli amici di A.D.L. club e di Arnolfo, il prof. Antonino Saggio, i cui consigli sono stati formativi oltre che fondamentali e tutti i relatori: Luca Galofaro, Attilio Terragni e Francesco Careri. Ringrazio anche il prof. Amedeo Belluzzi, la professoressa Corinna Vasic e il prof Cremonini per la disponibilità mostrata nell'interminabile e avventurosa ricerca di un'aula per svolgere quest'incontro.
In conclusione, vorrei spendere le ultime parole in nome dei grandi e spesso dimenticati maestri della nostra facoltà di architettura. Giovanni Michelucci in testa, e tutti i suoi allievi del calibro di Leonardo Ricci, Leonardo Savioli, Giuseppe Gori, Edoardo Detti, Danilo Santi, Italo Gamberini, Giovanni K. Koenig, ed altri. Tener viva la loro memoria e il loro insegnamento è per tutti noi un dovere oltre che un profondo arricchimento culturale. Di questi Architetti siamo tutti debitori, non solo per gli splendidi capolavori che ci hanno lasciato, ma anche perché la facoltà che frequentiamo è maturata grazie a loro.
A Leonardo Ricci e alla sua geniale creatività dedico questo ciclo di lezioni.
Grazie a tutti e buon ascolto.
Giovanni Bartolozzi <bartolgi@hotmail.com>


 


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